Presidente contorsionista

In equilibrio tra successo economico e sconfitte politiche del suo governo, Lula ostenta diplomazia nella prima conferenza stampa pubblica. La politica delle alleanze sarà decisiva per la rielezione.

Lotta all’inflazione, politica dei tassi d’interesse, rapporti con il Fondo monetario internazionale e nuovo salario minimo: sono stati gli argomenti al centro della prima intervista collettiva concessa dal presidente Luis Inácio Lula da Silva, il 29 aprile. I temi economici, pur prevalenti, non sono stati però i soli toccati nel corso della conferenza-stampa. Sollecitato, infatti, dalle domande di giornalisti di varie testate brasiliane, il presidente ha anche parlato della situazione dell’ordine pubblico con particolare riguardo a Rio de Janeiro, degli aumenti di stipendio dei militari e degli impiegati pubblici e della posizione del neo-ministro Romero Jucá, al centro di alcune vicende processuali.

Diplomazia/Il presidente Lula durante la prima conferenza stampa

Diplomazia/Il presidente Lula durante la prima conferenza stampa

In apertura Lula ha voluto subito sottolineare come fatto positivo l’aumento del salario minimo, elevato a 300 reais il mese (pari a circa 93 euro, ndr), dal 1° maggio. La situazione dei conti della previdenza, tuttora squilibrati (il deficit del settore raggiunge la notevole cifra di 37 milioni di reais), ha impedito - secondo il presidente - un aumento ancora maggiore, che egli avrebbe desiderato. Ma si è detto in ogni caso soddisfatto per aver portato il salario minimo dai 240 reais del 2003 ai 260 nel 2004 e, quindi, ai 300 di quest’anno. Essendo stato fissato tramite decreto legge, il nuovo salario minimo è già in vigore, ma il provvedimento dell’esecutivo deve essere ancora approvato dal Congresso, anche se quest’anno non si dovrebbe ripetere quanto successo nel 2004, allorché il governo fu battuto al Senato proprio sulla stessa questione. Accanto a questa rivendicazione, il presidente ha voluto richiamare l’attenzione dei giornalisti su un fatto, forse apparso scontato alla maggioranza degli osservatori e della pubblica opinione: la recente cessazione dell’accordo con il Fondo monetario internazionale (Fmi), avvenuta senza contestazioni e senza bisogno di organizzare marce di protesta. Il che testimonia - secondo Lula - quanto il Brasile avendo fortificato la propria economia nei due anni della sua presidenza, sia oggi in grado di fare a meno dei prestiti del Fmi.

La domanda che ha prodotto la risposta più interessante è però stata quella posta da un giornalista della rete televisiva Bandeirantes, il quale ha chiesto a Lula di indicare i tre maggiori errori commessi fino ad ora dal governo e dei quali il presidente ritiene di doversi assume la responsabilità personale. Lula (dopo aver evidenziato che il suo esecutivo è uno di quelli che ha molto operato e, per forza di cose, ha commesso molti errori) ha risposto dribblando in parte la domanda. Infatti come primo errore ha menzionato l’insufficiente impegno del governo nell’elezione del presidente della Camera. Aggiungendo però che solo il tempo potrà dire se l’elezione di Cavalcanti è da annoverarsi tra i fatti negativi o positivi. Se ne deduce che, almeno dal punto di vista di Lula, non si può ancora parlare di vero e proprio errore riguardo a questo evento. 

Il secondo errore che il presidente ha ricordato (destando una certa sorpresa fra i giornalisti presenti) è stato non aver ancora provveduto a migliorare le rodovias,  le grandi arterie stradali. Anche questo fatto però non si può definire un vero e proprio errore. Si tratta in realtà di un’omissione. Fra l’altro, molte importanti direttrici brasiliane da tempo necessitano di interventi promossi dai governi centrali. Errore del governo, in senso stretto, resta quindi soltanto il terzo esempio citato da Lula: non essere riuscito a fare in modo che la leva dei tassi d’interesse fosse la sola usata dall’esecutivo per controllare l’inflazione. L’ammissione segnala che qualcosa potrebbe cambiare nel futuro ed è importante: soprattutto perché fatta nell’ambito di un’intervista tutta tesa a rivendicare i meriti del governo sul terreno della politica economica e a ribadire l’appoggio del presidente al ministro dell’Economia, António Palocci

A questo punto va ricordato, a grandi linee, come si presenta in questo momento la situazione economica del Brasile. Nel 2004 l’economia brasiliana è tornata a una fase di sviluppo. Ciò è stato prodotto dal consolidarsi, all’interno, della tendenza a una politica finanziaria attenta a limitare l’aumento del debito e volta a ottenere surplus primari, ma anche da una domanda estera di materie prime molto elevata. Nel 2005 la tendenza potrebbe ripetersi, ma va tenuto presente che, avendo una forte componente di export, l’economia brasiliana risente molto dell’andamento mondiale. Circa il debito, quello estero non preoccupa più di tanto poiché da tempo è stabile. Quello interno (che dipende soprattutto dal costo della previdenza sociale e dagli alti tassi d’interesse) rappresenta invece un problema complesso. 

Polemica/Una vignetta contro l`accordo con il Fondo monetario internazionale

Polemica/Una vignetta contro l`accordo con il Fondo monetario internazionale

Legato a questo discorso c’è quello del controllo dell’inflazione. La preoccupazione maggiore del governo del presidente è stata, fin dai primi mesi del mandato, quella di evitare l’accendersi di focolai inflazionistici e a tal fine è stata usata la leva monetaria in modo assai rilevante. In particolare dalla metà dello scorso anno il Banco centrale, seguendo la linea del ministro Palocci, ha preso ad aumentare questo tasso, motivando ciò con l’esigenza di contenere l’ascesa dei prezzi, ma ignorando il rilievo, da più parti sollevato, circa l’incidenza dei prezzi amministrati (quindi di competenza governativa) sull’inflazione. Esiti di questa politica, che pure ha avuto qualche merito, sono stati il primo posto del Brasile nella classifica dei Paesi con i più alti tassi d’interesse reale (al netto dell’inflazione) e, cosa ben più grave, la depressione della domanda interna. Questa ortodossia del Banco centrale è stata più volte criticata, sia da economisti super partes, sia da ambienti imprenditoriali, sia da esponenti politici di primo piano (fra cui spicca il vice presidente José de Alencar). Per il 2005 il tasso d’inflazione previsto dal governo è del 5,1 per cento, ma i primi mesi dell’anno hanno mostrato che i prezzi stanno viaggiando a una velocità maggiore di quella preventivata e quindi alla fine dell’anno essa potrebbe attestarsi oltre il 7. I prezzi amministrati, gli alimentari e i trasporti hanno, fin qui, superato le previsioni. Per i prossimi mesi sono attesi altri aumenti dovuti al petrolio e a nuovi rincari di beni e servizi, come farmaci e tariffe telefoniche.

Tornando a quanto dichiarato da Lula nell’intervista collettiva, aver indicato come errore del governo l’assenza di alternative alla politica monetaria per controllare l’inflazione, può essere interpretato come un segnale che Lula invia alla pubblica opinione e ai mercati. Egli appoggia Palocci, ma probabilmente sta studiando altri metodi per combattere l’inflazione e proprio qualche forma d’intervento sui prezzi amministrati dovrebbe essere l’obiettivo che egli si pone. Occorre però usare il condizionale, perché lo stesso presidente, nell’intervista qui menzionata, non ha voluto rivelare nulla sull`argomento. Quando infatti gli è stato chiesto di accennare a qualche misura alternativa per la lotta all’inflazione, Lula non ha voluto anticipare nulla. Citando Ulisses Guimarães (uomo politico che ebbe un ruolo importante nella transizione dal regime totalitario alla democrazia, a metà degli anni 80) ha detto che in Economia è bene seguire la regola secondo cui non tutto ciò che si può fare si può anche rendere noto in anticipo: perché se si fa così si finisce con il non adottare più la misura prevista.

I temi politici e parlamentari sono rimasti fuori della prima intervista collettiva concessa dal presidente, anche se occorre dire che restano sempre argomento spinoso per Lula e la sua maggioranza, che non ha più da tempo una base parlamentare coesa ed è quindi costretta a navigare a vista, rischiando sconfitte in Parlamento, com’è accaduto anche di recente. La situazione è abbastanza preoccupante, per Lula. Infatti i problemi che il governo incontra sul piano parlamentare e politico sono finora stati più o meno tacitati dal positivo andamento della situazione economica. Ma di fronte a un peggioramento di quest’ultima nel medio periodo, fatalmente emergerebbero in tutta la loro crudezza e potrebbero provocare ricadute negative sulla prossima campagna elettorale del presidente in carica. A tal riguardo torna d’attualità il tema della riforma politica.

Tra le grandi riforme che il Pt si era impegnato a realizzare, c’era anche quella che in Brasile è definita «riforma politica». Gli obiettivi che avrebbe dovuto realizzare erano essenzialmente tre. Riduzione del peso esercitato nelle elezioni dal potere economico, tramite finanziamenti occulti; modifica del meccanismo dei collegamenti fra liste; e, soprattutto, provvedimenti legislativi volti a sanzionare il «cambio di casacca», ovvero l’abbandono, durante la legislatura, del partito per il quale il parlamentare è stato eletto. Fenomeno davvero sconcertante, quest’ultimo, per quantità e frequenza (per non dire del disprezzo che i protagonisti del gesto mostrano per la volontà degli elettori).

Un altro momento della conferenza stampa di Lula

Un altro momento della conferenza stampa di Lula

Mentre altre riforme (la previdenziale e la tributaria ad esempio) hanno avuto l’attenzione che meritavano da parte del governo, quella politica è restata chiusa in un cassetto. Il Pt, forte del fatto di essere il primo partito alla Camera, aveva le carte in regola fin dal 2003 per affrontare e risolvere la questione della “riforma politica”, fra l’altro ampiamente studiata proprio da molti intellettuali petisti. E da esso definita, quando era all’opposizione, indispensabile per eliminare le distorsioni del sistema rappresentativo, impedire la corruzione e rafforzare la democrazia. In questi anni il Pt ha perso tempo prezioso, sia perché l’esperienza insegna che riforme di questo tipo vanno realizzate nei primi anni della legislatura, sia perché il panorama partitico brasiliano si è poi maggiormente complicato (nel segno della frammentazione). Sia ancora perché molti provvedimenti potevano essere adottati senza ricorrere a modifiche costituzionali e, infine, perché intervenire in materia istituzionale non genera conflitti sociali.  

Paradossalmente alcuni osservatori segnalano che, mentre da un lato non ci sono più le condizioni per riformare il sistema nel segno di una maggiore trasparenza, nei prossimi mesi si potrebbe addirittura arrivare a una sorta di controriforma riguardo alla regola della cosiddetta «verticalizzazione» delle alleanze elettorali. Si tratta dell’obbligo, per i partiti che si presentano alleati nella corsa alla carica di presidente, di ripetere negli Stati la stessa alleanza o, comunque, di non presentarsi in coalizione con altri partiti che concorrono alla presidenza con differenti alleanze. Questa regola deriva da un’interpretazione data dal Tse (Tribunale superiore elettorale) prima delle elezioni del 2002 (che come è noto furono poi vinte da Lula). Il Pt era inizialmente contrario, mentre ora è favorevole al mantenimento della regola. Partiti come il Pmdb, il Pl e il Ptb, vale a dire formazioni politiche che solo dalla politica delle “mani libere” possono sperare di massimizzare i risultati elettorali, sono invece favorevoli a tornare al passato. 

In altre parole, se la regola resterà in vigore, il Pt potrebbe allearsi con il Pmdb, presentando per le cariche di presidente e vice, per esempio, Lula e l’attuale ministro Ciro Gomes (che, uscito dal Pps, è ancora incerto fra l’adesione al Psb o al Ptb o allo stesso Pmdb). In tal caso la conseguenza sarà che i candidati governatori del Pmdb dovranno presentarsi o in coalizione con un vice petista o da soli. Ciò in alcuni Stati del Brasile è assai improbabile, dati i pessimi rapporti che intercorrono tra i due partiti. Ne deriva che per il Pmdb resta da percorrere la strada della presentazione di un proprio candidato alla presidenza, per tenersi le mani libere nei vari Stati. Il problema è l’individuazione di un nome in grado di mettere d’accordo le varie fazioni del partito centrista, nel quale militano esponenti fieramente contrari a Lula: si pensi in primis all’ex-governatore di Rio Anthony Garotinho, ma anche molti alleati dello stesso Lula (che sarebbero rafforzati dall’arrivo di Gomes e dei parlamentari che a lui si richiamano). 

Al momento c’è un progetto legge elettorale pendente davanti al Congresso, con il quale s’intende superare la regola della verticalizzazione. La questione è quindi aperta e si riflette negativamente sulla politica delle alleanze che il governo sta perseguendo in Parlamento. Infatti, come qui si è più volte detto, Lula deve costantemente cercare l’appoggio dei partiti presenti nei due rami del Congresso per ogni provvedimento importante e ciò - come è facile immaginare - incide negativamente sull’azione dell’esecutivo. Il peggio sarebbe se Lula, come ha fatto su altre questioni di tipo istituzionale, lasciasse soltanto ai partiti il compito di dare soluzione al problema, senza assumere una chiara posizione. Che per forza di cose scontenterà qualche alleato. Ma questo esito è comunque preferibile a una finta neutralità.