Benché tra i due capi di stato sudamericani sia tornato il sereno, lungo l'asse Caracas Brasília permangono nodi irrisolti, importanti punti di frizione. A iniziare dal reciproco rapporto con gli Usa.
o scorso 21 novembre la Commissione costituzione e giustizia della Camera brasiliana ha dato il proprio via libera all'adesione del Venezuela al Mercosul. Alcuni giorni prima il presidente Luis Inácio Lula da Silva aveva riaffermato il carattere democratico della «rivoluzione bolivariana» di Hugo Chávez Frías, nei giorni successivi uscita con qualche livido da una recente consultazione popolare che ne avrebbe potuto sancire il definitivo radicamento. Risultato: dopo vari mesi di freddezza e reciproche incomprensioni, tra Caracas e Brasília é tornato il sereno e la sintonia politica. Forse non quell'assoluta comunanza di intenti che contraddistinse la fase iniziale del primo mandato lulista, quando fu il Brasile a promuovere il cosiddetto Grupo de amigos da Venezuela, al fine di risolvere la crisi politica di quel Paese.
Hugo Chávez
Troppe cose sono cambiate da allora: in particolare l'approssimazione tra Brasile e Stati Uniti - legata alla comune scommessa sui biocombustibili e causa prima del gelo tra Brasilía e Caracas - ha mostrato di non essere un fatto passeggero. Lula e il suo entourage paiono peró convinti che per affermare e confermare l'egemonia nella regione non sono sufficienti i buoni rapporti con Washington, ma é altresí necessaria una forte coesione tra i paesi dell'area, e quindi una buona - se non perfetta - sintonia anche con i governi piú marcatamente «a sinistra», quelli spregiativamente definiti populisti.
E ovviamente - com'é naturale in un Paese in cui si é ormai affermata una forma abbastanza solida di bipolarismo politico - l'opposizione moderata non si é mostrata affatto d'accordo. Cosí le piú recenti convegenze Lula-Chávez sono puntualmente prese a pretesto per attaccare governo in carica e presidente, accusato di guardare all'esempio del collega per candidarsi ad un terzo mandato.
Mercosul, il Brasile apre le porte al Venezuela
Con una decisa maggioranza di quarantaquattro voti a favore e diciassette contro la commissione Costituzione e Giustizia della Camera si é espressa favorevolmente all'adesione del Venezuela al Mercosul. Per il «sí», com'é naturale, i partiti di governo, mentre hanno votato «no» il Psdb (Partido da social democracia brasileira) e i Dem (Democratas). Il Paese andino pare cosí divenuto uno dei principali elementi di contrapposizione tra le forze politiche nazionali. «Il Governo é giunto a trasformare il tutto in un dibattito politico», ha esordito il deputato democrata Antônio Carlos Magalhães Neto, nipote del quasi omonimo e recentemente scomparso Acm, il coronel per eccellenza, l'uomo piú potente che Bahia abbia mai conosciuto. «Se non ci fosse stato questo coinvolgimento molto intenso del palazzo del Planalto», ha continuato Acm Neto, «il risultato sarebbe stato un altro. Tutto ció significa contaminazione del Mercosul, significa portare nel Mercosul un Paese ove prevale la dittatura. Uno dei pre-requisiti fondamentali perché una nazione vada a comporre un mercato comune col Brasile é il possesso di una piena democrazia. In Venezuela», ha concluso il giovane parlamentare baiano, «quello che c'é é una dittatura che fa la guardia». A rincarar la dose il deputato Matteo Chiarelli, anch'egli dei Dem, secondo cui «vogliamo soltanto evitare che il Mercosul venga contaminato dal virus del populismo dittatoriale».
Hugo Chávez e Inácio da Silva
Di segno opposto le dichiarazioni degli esponenti della maggioranza, a dimostrare che Chávez sta riuscendo in un'impresa che negli ultimi decenni i piú consideravano impossibile: quella di istillare il germe della contrapposizione ideologica nella compassata - almeno sotto questo profilo - vita politica brasiliana. Il ministro degli Esteri Celso Amorim ha infatti dichiarato che «la convivenza tra le democrazie del Mercosul aiuterá a rafforzare ancor di piú lo sforzo democratico del Venezuela. Siamo fiduciosi», ha continuato Amorim, «che l'entrata del Venezuela nel Mercosul sará positiva per il Brasile, economicamente, e politicamente sotto il profilo della stabilitá. Sará positiva anche per il Mercosul, perché stiamo creando una nuova vertebra per l'integrazione dell'intera America del Sud, dalla Patagonia ai Caraibi».
La posizione ufficiale dell'Esecutivo é stata espressa da José Múcio, all'epoca portavoce del Governo nella Camera dei deputati: «Noi politici siamo passeggeri, le societá rimangono. Le societá sono piú grandi di noi, quindi in veritá si dá molta importanza ad Hugo Chávez, che é passeggero, transitorio, come ciascuno di noi». Ed ha infine concluso, con molto realismo: «Chi non vorrebbe il mercato del Venezuela, un Paese che importa quasi tutto quello che consuma?». La Nazione andina importa infatti dal Brasile per ben 3,6 miliardi di dollari all'anno e - come ha chiarito il deputato petista Paulo Teixeira - il Paese verdeoro «é il maggior interessato a continuare ad approfondire questo rapporto. Ad opporsi all'adesione, dal punto di vista economico, dovrebbero essere eventualmente alcuni imprenditori venezuelani».
Attualmente l'ottantotto per cento dei prodotti venezuelani importati dal Brasile é libero da dazi doganali, mentre solo il quattordici per cento dell'export verdeoro verso il Paese caraibico é esente da imposte. L'unione doganale tra i due stati é dunque - come i funzionari del ministero degli Esteri hanno da tempo spiegato - estremamente favorevole all'imprenditoria brasiliana. Il prossimo passo verso la piena adesione di Caracas al piú importante blocco economico sudamericano sará la votazione nell'aula della Camera. Ma a preoccupare il Governo sará soprattutto l'iter della proposta in Senato, ove l'opposizione ha giá promesso battaglia. «L'adesione danneggerebbe le realazioni del Mercosul con l'Unione europea, il Giappone, l'India, ed altri Paesi con cui abbiamo dei rapporti», ha dichiarato il capo-gruppo dei Democratas in Senato José Agripino Maia.
Se é vero che il voto del 21 novembre ha rafforzato il feeling tra i due leader sudamericani, il presidente ha comunque preferito chiarire che «non si tratta di un accordo tra Lula e Chávez, ma tra i popoli venezuelano e brasiliano». Da Caracas sono tuttavia giunti puntuali e calorosi ringraziamenti. «Ringraziamo i deputati brasiliani, Lula, il ministro degli esteri Celso Amorim», ha esordito Chávez, che poi ha aggiunto: «Ringrazio personalmente il mio amico Samuel Pinheiro Guimarães, segretario generale del ministero degli Esteri brasiliano. É un grande amico, un intellettuale brasiliano che rispetto da molto tempo. Lula ha mandato Pinheiro in Congresso per difendere il Venezuela. Perché c'é qualcuno che dice che il Venezuela é una dittatura. Ma qui non c'é dittatura. Alcuni si confondono», ha chiosato Chávez, «soprattutto a causa delle campagne dei media». (Samuel Pinheiro Guimarães, cui ha accennato il leader venezuelano, é uno degli ideologi - forse quello piú "a sinistra" - della politica estera lulista. Circa un mese fa é salito agli onori della cronaca per aver affermato che la democrazia plebiscitaria puó avere il nobile fine di «dar piú voce ai settori esclusi della popolazione, attraverso referendum e plebisciti», ndr).
Lula potrá comunque ricambiare i ringraziamenti nel corso del prossimo viaggio in Venezuela, che al momento in cui si scrive é programmato per il 12 dicembre. Dopo una breve sosta dall'omologo indio Evo Morales sará a Caracas per chiedere al collega venezuelano d'intercedere su La Paz affinché venga definita in modo soddisfacente per ambedue le parti la questione della fornitura al Brasile del gas boliviano. Come inevitabile i due capi di Stato - che non hanno mai nascosto d'aver instaurato un sincero rapporto d'amicizia - parleranno anche di questioni energetiche, e la delegazione brasiliana chiederá agli anfitrioni di addolcire la nota posizione anti-etanolo, inaugurata dal líder maximo Fidel Castro.
Lula, con Chávez e contro il re
Il diverbio tra Chávez e Juan Carlos durante il vertice ibero-americano di Santiago del Cile
La frase rivolta a Chávez dal re di Spagna Juan Carlos nel corso dell'ultimo vertice ibero-americano di Santiago del Cile ha fatto il giro del mondo. Se ovunque si é commentato il regale «por qué no te callas», in Brasile l'espressione ha tenuto banco per settimane presso i media nazionali, perché rilanciata dalle dichiarazioni del presidente Lula. «Possono criticare Chávez per qualsiasi cosa, inventino una cosa per criticarlo; ma non per mancanza di democrazia. Ció che non manca lí é la discussione. Il Venezuela ha giá assistito a tre referendum, a tre elezioni, non so per cosa, a quattro plebisciti. Noi capi di Stato ci capiamo, il problema é stato dire quelle cose alla presenza del re». Le affermazioni, anch'esse da leggere nel quadro del citato riavvicinamento tra i due leader, hanno provocato le piú varie reazioni dal mondo della politica e dell'informazione.
Su tutte, com'é ovvio, quella dello stesso Chávez (secondo cui il «nostro modello socialista é assolutamente democratico»), che ha invocato gli applausi del proprio popolo in onore del pari grado brasiliano, dopo aver letto alla radio le sue dichiarazioni. Di tenore opposto quelle della grande stampa nazionale, come noto di orientamento moderato, e particolarmente accanitasi contro il leader venezuelano in seguito alle vicende della chiusura - o del non rinnovo della concessione pubblica per le trasmissioni via etere, a seconda dei punti di vista - del canale televisivo Radio Caracas televisión (Rctv). Da mesi il settimanale Veja non lascia passare un'edizione senza lanciare duri attacchi contro Chávez. Tuttavia la palma di gruppo editoriale piú anti-chavista spetta alla sempiterna Rede Globo. Oggetto nei mesi scorsi di duri attacchi da parte del venezuelano - che giunse a definire in pubblico il quotidiano O Globo «nemico del popolo» - é passata al contrattacco con l'intero potere mediatico di cui dispone. Non solo col Jornal Nacional, ma anche - e spesso in modo subliminale - con programmi di puro intrattenimento.
Non solo in modo pacchiano, ma anche con sottigliezza e professionalitá, come nel caso del filmato sul «caso Rctv», esibito nel corso del programma notturno di Jô Soares. Cosí piú di recente nella rivista Epoca, anch'essa appartenente all'impero mediatico della famiglia Marinho, puó leggersi: «La difesa, da parte del presidente, della rielezione illimitata del leader venezuelano, lancia dubbi e timori sul futuro della democrazia brasiliana». Si riportano quindi le parole del professor José Álvaro Moisés, dell'Universitá di San Paolo: «Mentre impazza la controversia sul terzo mandato, far la difesa di Chávez in nome della democrazia dimostra che il presidente confonde il plebiscitarismo con la democrazia. Oppure, quel che é piú grave, che usa l'appoggio al leader venezuelano per nascondere la propria propensione anti-democratica». Rincara la dose il fondo di Ruth de Aquino, caporedattrice dello stesso settimanale, che fa notare come le parole del presidente-operaio non possono essere derubricate a mera gaffe, essendosi trattato di «un discorso sereno e convinto».
A fare eccezione in questo panorama il quotidiano Folha de São Paulo, critico verso il voto negativo del Psdb all'entrata del Venezuela nel Mercosul: «Vi sono giustificazioni economiche in abbondanza a favore dell'integrazione del Venezuela al Mercosul», scrive l'editorialista Josias de Souza, che di seguito aggiunge: «Gli ammiccamenti di Chávez con l'autocrazia perderanno forza se e quando il suo Paese sará integrato nel blocco. Ma l'isolamento di Chávez lo condurrá solo a persistere nell'errore. E cosí potrá sorgere una grave crisi in Sudamerica. La moderazione di Lula é buona consigliera per Chávez».
Brasile-Venezuela, i nodi irrisolti Un'altra immagine di Hugo Chávez
Benché tra i due capi di Stato sudamericani sia tornato il sereno, lungo l'asse Caracas-Brasília permangono importanti punti di frizione, decisivi nodi irrisolti. Secondo alcuni analisti, nonostante il prezioso lavoro dietro le quinte del giá citato Pinheiro Guimarães l'attacco di Chávez alla Camera alta di Brasília avrebbe compromesso irrimediabilmente quel clima di armoniosa sintonia che un tempo i due esecutivi avevano instaurato. Il governo brasiliano, di coalizione, si regge infatti su complesse alchimie tra numerose forze politiche, e per quanto viga il sistema presidenziale, non si tratta - tanto per usare un termine preso a prestito dalla politica anziché dal diritto - di un «governo del presidente». E per quanto Lula e Chávez, facendo leva sul comune passato «movimentista», possano aver ristabilito ottimi rapporti, buona parte della classe dirigente brasiliana non dimenticherá facilmente che secondo l'ex pará il Senato di Brasília «agisce come un pappagallo del Congresso americano» e «adesso é subordinato a quello di Washington». (Nell'occasione l'organo aveva votato una mozione di condanna per l'oscuramento de facto di Rctv, ndr).
La tesi parrebbe confermata non soltanto dal recente rifiuto di Petrobras di partecipare ad un progetto per lo sfruttamento del gas naturale - in collaborazione con Pdvsa - presso Mariscal Sucre, in Venezuela. Ma la confermerebbero altresí ben piú delicati difetti di comunicazione relativi alle questioni militari. Il ministro della Difesa Nelson Jobim, nel lanciare «il Pac della Difesa», ha invero escluso che il Piano sia conseguenza del rafforzamento militare di Caracas. «Non abbiamo nessun problema col Venezuela. La questione del Venezuela non é un problema nostro, é un problema del Venezuela. Il nostro problema», ha continuato Jobim, «é strutturare la nostra capacitá dissuasoria per dar forza al Paese come protagonista».
Tuttavia l'idea di Brasília di creare un Consiglio sudamericano di difesa che rappresenti le nazioni dell'area, é letta da molti ossservatori come un modo per «contenere» Chávez. E la prossima missione di Jobim lungo l'intero subcontinente - ove il ministro si fará latore della suddetta proposta - viene giá definita dalla stampa locale come «segura Chávez», («contieni Chávez». Il viaggio, in programma per gennaio 2008, avrá come prima tappa il Cile, ndr). Si tratterá solo di discutere di un piano di sicurezza per il continente e della creazione del citato Consiglio, oppure si andrá oltre, seminando le basi per un piano di contenimento di Chávez? I cronisti che si occupano di retroscena e del «dietro le quinte» politico sembrerebbero convinti della seconda ipotesi. La stessa dichiarazione dell'ex colonnello di voler sviluppare un programma di produzione di energia nucleare, sul modello dello stesso Brasile, non avrebbe fatto - propriamente - la gioia della diplomazia verdeoro.
Chávez, nuovo protagonista della vita politica di Brasília
il deputato del Pt, Paulo Teixeira
Come accennato, Chávez pare avere riacceso in Brasile quella contrapposizione ideologica tra destra e sinistra, che da tempo i palazzi della politica vivevano in modo alquanto temperato. E l'impressione é che l'opposizione abbia guadagnato un nuovo argomento per criticare le dichiarazioni di Lula, o i provvedimento del suo governo: l'analogia, o anche solo la vaga somiglianza, con tutto quello che succede a Caracas.
L'esempio piú chiaro é rappresentato dall'attacco alla prima televisione pubblica brasiliana di dimensione nazionale. Tv Brasil - in onda in via sperimentale dal 2 dicembre - é stata piú volte spregiativamente paragonata a Telesur da vari esponenti dell'opposizione. Il presidente del Psdb Sérgio Guerra (come il predecessore Tasso Jereissati), ha duramente attaccato il progetto, accusando Lula di creare uno strumento di manipolazione del popolo, e di star vestendo «gli abiti del populismo». Il tema é stato affrontato anche dal citato professor Moisés, secondo cui «sorge il sospetto che Lula si stia specchiando nel modello venezuelano, per creare la televisione pubblica brasiliana».
Chávez é poi protagonista anche del dibattito piú scottante, tra quelli che nelle ultime settimane hanno infiammato i palazzi di Brasília: quello sulla presunta volontá di Lula di candidarsi ad un terzo mandato presidenziale. Il capo di stato, nonostante qualche dichiarazione enigmatica relativa alla possibilitá di ripresentarsi agli elettori nel 2014, ha sostanzialmente escluso di pensare ad nuovo mandato: sia nel 2010, eventualitá che richiederebbe una modifica costituzionale, sia nel 2014.
Ma l'opposizione, con in testa l'ex presidente Fernando Henrique Cardoso, ha preso a pretesto la non assoluta chiarezza del presidente-operaio, le dichiarazioni di questi sulla democraticitá del Venezuela, e sopra tutto la riforma costituzionale annunciata da Chávez (che toglie limiti alla rielezione del presidente, ndr), per giungere a conclusioni che sanno di fantapolitica. Lula starebbe cioé ispirandosi all'omologo venezuelano al fine di promuovere una modifica costituzionale che gli consenta la rielezione. «Spero che il presidente Lula dica con chiarezza: sono contro il terzo mandato», ha recentemente dichiarato Cardoso, dopo aver fatto cenno agli accadimenti del «Paese vicino», ed aver criticato lo scambio di convenevoli tra Lula e Chávez. Poi ha aggiunto: «Ha dei motivi per dire che é contro, dato che é stato contrario alla rielezione quando questa fu approvata nel 1997».
Referendum venezuelano, le ripercussioni in Brasile
«La volontá della maggioranza deve essere rispettata, Chávez ha giá riconosciuto l'esito», ha dichiarato Lula dopo esser venuto a conoscenza del risultato del «padre di tutti i referendum». Quello che ha bocciato il progetto di riforma costituzionale in senso socialista voluto dal presidente Chávez. La dichiarazione, che molti hanno giudicato ambigua e in perfetto stile diplomatico, vuol significare che il Planalto si sente decisamente sollevato per l'indebolimento del leader venezuelano: sia in vista delle future relazioni tra i Paesi del subcontinente, sia perché non sará necessario modificare la linea del Governo di fronte alle questioni che coinvolgono la Nazione vicina. Passaggio inevitabile, se quest'ultima avesse scelto di imboccare irreversibilmente la via del «socialismo del ventunesimo secolo».
Secondo i ministri lulisti il dato politico dell'esito referendario - per quel che riguarda le relazioni Brasília-Caracas - é univoco: adesso Chávez, per le questioni importanti, non potrá oltrepassare il segno. Come a loro giudizio sarebbe avvenuto durante la crisi del gas tra Brasile e Bolivia, ed in altre circostanze che hanno coinvolto i Paesi del Mercosul. E se il ministro Amorim ha preferito elogiare il modo con cui Chávez ha accettato l'esito della consultazione («in un modo molto elegante e tranquillo»), il vicepresidente della Repubblica José Alencar ha preso apertamente posizione contro il vano tentativo di riforma: si é trattato di una «vittoria della democrazia. Ho sempre pensato che l'alternanza al potere é uno dei baluardi della democrazia».
A confermare il sospiro di sollievo che si sarebbe tirato dalle parti di Brasília, le stesse dichiarazioni di Tião Viana del Pt, un fedelissimo di Lula per il momento parcheggiato come presidente ad interim del Senato: la democrazia venezuelana - a suo dire - sarebbe uscita «rafforzata» da questo referendum.
10.12.2007