Proteggere gli indios è possibile

Alcuni pensano che comunità tribali come quella fotografata in Brasile a fine maggio siano inevitabilmente destinate all'assimilazione culturale ed economica. Oppure all'estinzione. Ma non è così.

Le immagini della tribù amazzonica isolata fotografata alla fine di maggio in Brasile, appena al di là del confine peruviano, hanno avuto una copertura mediatica senza precedenti, in ogni parte del mondo. Nonostante la cornice esotica e il tono sensazionalista in cui alcune testate hanno relegato la notizia, José Carlos dos Reis Meirelles - il funzionario della Funai che ha effettuato il rilevamento - ha certamente raggiunto l'obiettivo di richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale sulla grave minaccia che grava sui popoli incontattati della zona.

Indios di una delle ultime tribù incontattate fotografati a fine maggio al confine tra Perù e Brasile durante voli effettuati su una delle parti più remote della foresta amazzonica, nello stato brasiliano di Acre (Gleison Miranda, copyright Survival)

Indios di una delle ultime tribù incontattate fotografati a fine maggio al confine tra Perù e Brasile durante voli effettuati su una delle parti più remote della foresta amazzonica, nello stato brasiliano di Acre (Gleison Miranda, copyright Survival)

Da alcuni anni, infatti, le terre dei popoli isolati del Perù sono sempre più gravemente invase da taglialegna illegali e compagnie petrolifere autorizzate dal governo a compiere prospezioni e trivellazioni anche negli angoli più remoti della foresta. Da qui, il loro drammatico esodo verso il Brasile, dove stanno rischiando di entrare in conflitto con le tribù isolate locali. Nonostante le denunce di Survival e delle organizzazioni indigene locali, pochi mesi fa il presidente del Perù, Alan Garcia, e i portavoce della compagnie petrolifera di stato erano addirittura arrivati a negare la stessa esistenza delle popolazioni incontattate paragonandole a leggende come quella del mostro di Loch Ness. Oggi non esiste più giustificazione alcuna alla loro inerzia.

I popoli indigeni che vivono senza alcun contatto con il mondo esterno sono un centinaio. Il loro numero varia moltissimo. Da un solo sopravvissuto, come nel caso dell'«uomo della buca», individuato nel 2006 nello stato brasiliano di Rondônia, fino a cento o duecento persone. Vivono in ambienti molto diversi: dagli angoli più remoti della foresta amazzonica fino alle isole dell'Oceano indiano. Non è dato sapere esattamente quanti siano ma sappiamo con certezza che esistono: lo provano le tracce che lasciano dietro di sé (utensili e case abbandonate frettolosamente sotto l'avanzare degli invasori), e alcuni incontri fortuiti e fugaci.

Nell'America del Sud, dove si ha la concentrazione maggiore, ci sono almeno 60 tribù. Oltre 40 risiedono entro i confini del Brasile, 15 in Perù. In Asia li troviamo nelle Isole Andamane e in Nuova Guinea. Il resto vive tra Bolivia, Colombia, Ecuador e Paraguay. Ognuno di questi popoli è unico e le loro lingue, le loro culture e le loro visioni del mondo sono insostituibili. Sono sicuramente i popoli più vulnerabili del pianeta.

Un'altra immagine del recente ritrovamento di indios in Amazzonia (Gleison Miranda, copyright Survival)

Un'altra immagine del recente ritrovamento di indios in Amazzonia (Gleison Miranda, copyright Survival)

Dei popoli incontattati si sa molto poco, se non che il loro isolamento è sempre frutto di una scelta obbligata, compiuta per sopravvivere alle invasioni. Molti di essi hanno sofferto la perdita dei loro cari per mano dell'uomo bianco nel corso di decenni di massacri silenziosi o per effetto del dilagare di epidemie. Sono proprio le malattie introdotte dall'esterno, infatti, a costituire la loro principale causa di morte, perché non hanno difese immunitarie contro virus da noi molto comuni come l'influenza, il morbillo o la varicella.

Spesso sono essi stessi dei sopravvissuti, o discendono da sopravvissuti ad atrocità commesse in epoche precedenti; violenze raccapriccianti che hanno lasciato segni indelebili nella loro memoria collettiva, inducendoli a rifuggire da ogni contatto con il mondo esterno. Gli antenati degli attuali popoli amazzonici isolati furono sterminati nella devastante ondata di schiavitù e brutalità disumane che accompagnò il boom del caucciù alla fine del XIX secolo. Il 90 per cento di essi morì.

I popoli incontattati vivono tutti in modo completamente autosufficiente di ciò che la foresta dona loro. Le loro vite sono profondamente legate a quelle del loro ambiente. Per questo, la protezione delle loro terre e delle loro risorse è fondamentale per la loro sopravvivenza. Ma il loro stile di vita nomade o seminomade, basato sulla caccia, sulla pesca e sulla raccolta, è in molti casi il risultato delle persecuzioni che hanno sofferto, come nel caso degli Awá. Anticamente agricoltori stanziali, si sono successivamente frammentati in gruppi di 20-30 persone sotto l'avanzata dei bianchi e sono passati alla vita nomade, che offriva più alte possibilità di sopravvivenza. Nessuno sa con esattezza quanti siano oggi. Duecentocinquanta sono stati contattati, ma si stima che ne esistano almeno altri 100 isolati nelle foreste dell'Amazzonia orientale. Sette di essi sono morti nel 1979, avvelenati con la farina intrisa di un pesticida letale lasciata in dono dai coloni.

José Carlos dos Reis Meirelles, il funzionario della Funai che ha effettuato il rilevamento

José Carlos dos Reis Meirelles, il funzionario della Funai che ha effettuato il rilevamento

La maggior parte dei popoli incontattati vive ancora oggi in fuga perenne. Cercano di sopravvivere rifugiandosi in luoghi sempre più remoti; tuttavia, l'avanzata della "civilizzazione" sta rendendo loro sempre più difficile mantenersi in salvo. In ogni paese del mondo, infatti, sono circondati su tutti i fronti: le compagnie petrolifere e di disboscamento invadono i loro territori in cerca di risorse naturali, i coloni usurpano le loro terre e le convertono in allevamenti di bestiame e aziende agricole. Le strade attraversano le loro terre aprendo le porte a bracconieri, missionari fondamentalisti e turisti, e introducendo il rischio di incontri violenti e malattie. Le foreste da cui dipendono per il loro sostentamento vengono tagliate a ritmi vertiginosi; la selvaggina è sempre più scarsa.

Agli inizi degli Anni 80 i missionari della Missione delle nuove tribù (Mnt), un'organizzazione missionaria fondamentalista con sede negli Stati Uniti, organizzarono una spedizione clandestina per entrare in contatto con gli Zo'é del Pará. Tra il 1982 e il 1985, i missionari sorvolarono le comunità degli Zo'é distribuendo regali. Quindi, costruirono una base a pochi giorni di cammino dalle comunità indigene. Poco dopo il primo reale contatto, avvenuto nel 1987, un gran numero di Zo'é morì di influenza, malaria e malattie respiratorie.

Ma tra tutti i popoli annichiliti dall'avanzata del "progresso", c'è un caso particolarmente scioccante: quello degli Akuntsu. In Rondônia, nel mezzo di sconfinate piantagioni di soia e allevamenti, sopravvive un piccolo fazzoletto di foresta pluviale. È in quei pochi ettari di terra che sei persone, gli ultimi sopravvissuti della loro tribù, cacciano la selvaggina rimasta. Quando i funzionari del dipartimento governativo agli affari indigeni, la Funai, li contattò nel 1995 per sottrarli allo sterminio, la pressione di Survival portò rapidamente alla protezione del loro territorio, ma ormai era troppo tardi. Nessuno comprende a fondo la lingua degli Akuntsu e, pertanto, nessuno può raccontare l'orrore che queste persone hanno vissuto. Ma si sa che gli allevatori che avevano occupato la loro terra hanno massacrato tutti gli altri membri della tribù e raso al suolo le loro case con i bulldozer, per coprire ogni traccia dei loro crimini. A breve, il loro genocidio sarà completo.

Francesca Casella, responsabile di Survival Italia

Francesca Casella, responsabile di Survival Italia

Quando non è organizzato adeguatamente e non ha come unico obiettivo la protezione urgente del popolo isolato, come è accaduto per esempio nel 1996 con i Korubo, sottratti dalla Funai a una morte certa, il primo contatto costituisce sempre un'enorme minaccia e, quasi invariabilmente, si trasforma in una catastrofe. In ogni caso, anche il contatto programmato e controllato è una misura estrema a cui ci si augura non si debba mai ricorrere. Ben vengano, allora, le foto aeree scattate a distanza dal funzionario della Funai Meirelles alcuni giorni fa. Immagini drammatiche ma innocue per la tribù, che hanno raggiunto l'obiettivo di indurre finalmente il governo peruviano ad intervenire sotto la spinta di una enorme pressione pubblica. 

Alcuni pensano che i popoli tribali, in particolare quelli incontattati, siano reliquie del passato, reperti archeologici destinati inevitabilmente all'assimilazione culturale ed economica, oppure all'estinzione. Ma non è così. Certamente, la loro estrema vulnerabilità alle aggressioni esterne è aggravata dal mancato riconoscimento dei loro diritti specifici. La situazione peculiare di questi popoli e il loro diritto all'isolamento volontario non sono riconosciuti nemmeno dalla Convenzione Ilo 169, che è la legge internazionale più importante in materia di popoli indigeni, e dalla Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni e tribali approvata dall'Onu nel settembre 2007. Eppure, la storia dimostra che laddove le loro terre vengono riconosciute legalmente e protette in modo adeguato, il loro futuro è assicurato.

Riconoscere e proteggere il diritto alla proprietà della terra dei popoli indigeni, inclusi quelli incontattati, è quindi la chiave della loro sopravvivenza. Solo così potranno mantenere il controllo delle loro vite e decidere autonomamente del loro futuro. Se e come interagire con il mondo esterno è una decisione che spetta solo a loro. Survival lavora perché questo diventi realtà. Non possiamo cambiare il passato ma possiamo certamente evitare che la storia si ripeta.

 

* L'autrice è responsabile di Survival Italia. La missione di Survival è di aiutare i popoli indigeni del mondo a difendere le loro vite, le loro terre e i loro fondamentali diritti umani contro ogni forma di persecuzione, razzismo e genocidio. Apartitica e aconfessionale, per mantenere la sua indipendenza Survival si autofinanzia completamente con le donazioni dei sostenitori e le attività di raccolta fondi dei volontari. Attualmente sta lavorando a casi di abuso perpetrati contro 80 popoli. Ha pubblicato uno speciale dossier sui popoli indigeni del Brasile dal titolo "Diseredati". Per informazioni e aiuti: 02 8900671. http://www.survival.it/

10.6.2008